L’adolescenza è un argomento molto caro ai mass media a seguito dei ben noti fatti di cronaca e sempre più si pone l’accento sui comportamenti, a volte patologici, di questa fascia di età. Quello su cui mi soffermerò in questo articolo è l’incremento nell’uso di sostanze quali ad esempio alcol e cocaina, che sembrano non destare la minima preoccupazione di coloro che vivono nel contesto familiare e più prossimo all’adolescente. Questa assenza o quasi di preoccupazione forse è dovuta ad una disattenzione da parte degli adulti verso gli stili e le mode in voga tra i giovani, stili e mode che spesso si vedono però in giro per le città così come nei piccoli centri dove senza alcun problema i minori, spesso con bottiglie di alcolici al seguito, passeggiano ostentando la loro “libertà”. Per non parlare poi dell’uso di cocaina durante feste e fine settimana, utilizzata per “ravvivare” l’atmosfera oppure per darsi una carica in più. In gruppo o da soli questi comportamenti sono sempre esistiti, ma nelle ultime ricerche effettuate a livello nazionale sembra che l’uso di alcolici sia aumentato in maniera considerevole tra i giovani nonché la diffusione sempre più capillare della cocaina, con dati relativi ad un abbassamento notevole dell’età in cui si inizia ad assumere questo stile di vita. Ora la domanda potrebbe essere “se è solo una moda passa ma se è qualcosa di più grave?”. In entrambi i casi credo che un certo disagio rimanga, disagio che diventa grave quando questi stili comportamentali vengono consumati da soli, vengono vissuti per affrontare e superare la propria solitudine e il proprio malessere attraverso un circolo vizioso per cui una volta addentrati è difficile venirne fuori. Diverso il discorso per chi mette in atto questi comportamenti all’interno di un gruppo: qui è fondamentale il principio dell’emulazione, dell’essere come l’altro, pena l’esclusione dal gruppo e il senso di fallimento. In ogni caso rimane una modalità di aggregazione che facilita i rapporti, che aiuta nella conoscenza dell’altro ma che corre il grosso rischio di frantumarsi qualora l’elemento di base che accomuna (alcol o droga che sia) viene a mancare: si intuisce benissimo che un gruppo siffatto dà un’immagine di sé distorta, non vera, dà quella potenza e quella forza illusorie che in realtà non esistono, provocando una caduta depressiva in seguito all’eventuale vanificazione dell’oggetto condiviso. È ovvio che non in tutti i casi si può parlare di abuso (solo quando si eccede in quantità), o di dipendenza da sostanze; se l’evento rimane isolato (ad esempio una sbronza dopo una festa o un’uscita tra amici) non c’è nulla di cui preoccuparsi, ma quando si ripete e diviene la regola allora bisogna stare in guardia, non facendolo attraverso un atteggiamento persecutorio che peggiora il disagio, mortifica e spinge a ricercare nuovamente simili circostanze, né attraverso comportamenti pseudo amichevoli che danno l’impressione di una condivisone piuttosto che una comprensione da parte dell’adulto o del genitore. La risposta migliore non esiste poiché tutto dipende da ogni singolo ragazzo e dalla sua storia personale e per quanto i dati delle ricerche accomunano tutti nella stessa problematica per evidenti motivi scientifici, nella realtà il ragionamento è meno evidente assumendo le sfaccettature più varie non riconducibili a semplici percentuali. Comprendere dunque il disagio, capire da dove esso può derivare e comunicare sulla problematica in essere è l’unico modo veramente “adulto” di aiutare il giovane adolescente, mettendo anche se stessi (genitori) in discussione e tenendo in considerazione i fattori socio-culturali in evoluzione; per fare tutto ciò è necessaria un’attenzione particolare e costante nei confronti di ogni cambiamento e di qualsiasi segnale che il ragazzo invia in questa fase così delicata della sua crescita. Inoltre una prevenzione in ambito scolastico può favorire e facilitare la comunicazione tra generazioni diverse.
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